Nel quarto episodio di Giudizio Sospeso (format che conduco sul mio canale YouTube) ho voluto affrontare il caso di Alessia Pifferi perché è uno di quelli in cui, più di altri, il dibattito pubblico si è concentrato su una domanda che torna sempre: era davvero capace di intendere e di volere?
È una domanda che colpisce, divide, crea confusione. Anche perché quando vediamo una persona muoversi in modo apparentemente incongruo, rallentato, immaturo, disorganizzato, tendiamo a pensare che quella disorganizzazione spieghi tutto. Che basti a chiarire il fatto. Che basti, in qualche modo, a renderlo quasi incomprensibile sul piano della responsabilità.
E invece il punto, giuridicamente e clinicamente, è più complesso.
Per questo ho scelto di parlare di Alessia Pifferi non tanto per tornare ancora una volta sul fatto in sé, che purtroppo è noto e tragico, ma per provare a spiegare in modo semplice che cosa valuta davvero una perizia sulla capacità di intendere e di volere, e perché si può avere davanti una persona fragile, problematica, persino gravemente immatura, senza che questo comporti automaticamente un vizio di mente rilevante ai fini penali.
Il punto di partenza: il fatto non è in discussione
Su una cosa, almeno per come il caso è emerso processualmente, non ci sono grandi margini di ambiguità: Alessia Pifferi si è allontanata da casa lasciando sola la figlia Diana per giorni, senza acqua e senza cibo sufficienti a garantirle la sopravvivenza. Diana è morta. Questo è il dato di partenza.
Il problema che si è posto il processo non è stato allora stabilire se il fatto sia accaduto o meno, ma comprendere se quella condotta sia stata il prodotto di una infermità mentale così grave da incidere sulla sua capacità di capire ciò che stava facendo e di fermarsi dal farlo.
Ed è qui che, secondo me, si fa spesso confusione.
Avere un problema non significa essere incapaci
Una delle cose più importanti da chiarire è questa: nel nostro sistema non basta avere una diagnosi, una difficoltà cognitiva, una fragilità emotiva o un disturbo di personalità per essere considerati incapaci di intendere e di volere.
La legge parte dal presupposto opposto: tutti siamo capaci, salvo che venga dimostrato il contrario. E quel contrario non coincide con un generico “sta male” o “è strana” o “non sembra normale”. Deve esserci una infermità di mente tale da compromettere in modo concreto la comprensione del fatto e la possibilità di autodeterminarsi rispetto a quel fatto.
Non solo. Quell’infermità deve anche essere in nesso diretto con il reato. Deve aver prodotto l’evento. Deve essere stata la causa del comportamento.
Questo è il punto decisivo.
Perché si può anche avere una patologia importante, ma se quella patologia non ha determinato proprio quell’azione o quell’omissione, allora non rileva ai fini dell’imputabilità.
Che cosa si chiedeva davvero ai periti
Nel caso di Alessia Pifferi, la domanda non era: è una donna sana o una donna problematica?
La domanda era molto più precisa: esiste in lei una infermità mentale di gravità tale da aver causato la condotta omissiva che ha portato alla morte di Diana?
Tradotto in modo ancora più semplice: c’è qualcosa, nel suo funzionamento psichico, che le abbia impedito di comprendere che una bambina di 18 mesi lasciata sola per giorni senza nutrimento e acqua sarebbe morta, oppure che le abbia impedito di frenarsi dal compiere quella scelta?
Questo è ciò che la perizia doveva stabilire.
Non se fosse una buona madre.
Non se fosse una persona matura.
Non se fosse cognitivamente brillante.
Non se avesse bisogno di aiuto in generale.
Ma se la sua eventuale malattia mentale avesse prodotto proprio quel comportamento.
La grande confusione sul quoziente intellettivo
Uno degli aspetti che più hanno colpito il dibattito pubblico è stato il famoso quoziente intellettivo di 40 emerso in una fase iniziale della vicenda. È un dato che ha fatto enorme rumore, perché un QI di quel livello descriverebbe un funzionamento gravemente compromesso, incompatibile con una vita autonoma ordinaria.
Ed è proprio per questo che quel dato ha immediatamente creato un cortocircuito.
Perché quando lo si confrontava con i comportamenti concreti di Alessia Pifferi, qualcosa non tornava affatto. Una persona con un funzionamento così gravemente deficitario non prenota limousine, non organizza spostamenti, non costruisce menzogne articolate, non finge ruoli professionali, non gestisce una serie di strategie finalizzate a ottenere risultati o a nascondere la realtà a chi le sta intorno.
La prima perizia ha infatti smontato quel dato, rilevando che con buona probabilità quel test non era stato somministrato e/o annotato correttamente. E questo è un passaggio molto importante, perché ci ricorda anche che i test non sono formule magiche. Sono strumenti seri, validati, ma richiedono competenza, rigore, contesto adeguato e una corretta interpretazione. Se usati male, producono conclusioni fuorvianti.
Il punto vero: Alessia Pifferi ha delle difficoltà, ma non quelle che bastano per l’infermità
Sia la prima perizia sia quella successiva, svolta in appello da un collegio di specialisti, convergono su un punto: Alessia Pifferi presenta delle difficoltà. Nessuno dice il contrario.
Emergono fragilità affettive importanti, tratti di dipendenza, immaturità psicologica, deficit in alcune funzioni cognitive specifiche, in particolare nella memoria di lavoro, nell’attenzione e nella memoria a breve termine. Non siamo davanti a una persona dotata di particolari risorse cognitive o relazionali. Questo è chiaro.
Ma, secondo i periti, le aree decisive per la valutazione del fatto restano integre. In particolare, risultano sufficientemente conservate la capacità decisionale e la cognizione sociale, cioè proprio quella funzione che consente di comprendere il significato sociale e morale di ciò che si fa, di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, di orientarsi rispetto alle conseguenze delle proprie azioni.
Ed è qui che cade, secondo me, una parte importante del fraintendimento pubblico.
Fragile non significa sconnessa dalla realtà
Molti, guardando Alessia Pifferi, hanno avuto la percezione di una persona “sconnessa”, “persa”, “infantile”, quasi estranea alla realtà. È una percezione comprensibile. Anche io penso che il suo funzionamento sia immaturo e problematico. Ma questo non basta.
Essere infantili, dipendenti, affettivamente disorganizzati o cognitivamente poco efficienti non equivale a essere psicotici, deliranti o incapaci di comprendere la relazione tra una condotta e il suo esito. Non equivale a non sapere che un essere umano piccolo, lasciato solo per giorni, senza nutrimento adeguato e senza acqua, muore.
C’è un passaggio dell’interrogatorio che, da questo punto di vista, è molto netto. Quando le viene chiesto quali siano le conseguenze di un digiuno prolungato e della mancanza d’acqua, Alessia Pifferi risponde: la disidratazione e la morte.
È una risposta semplice, ma molto chiara. E basta già da sola a dire qualcosa di importante: quel nesso causale di base lo conosceva.
“Mi si è staccata la mente”: quando una frase non basta a fare diagnosi
Un altro punto centrale riguarda la spiegazione fornita da Alessia Pifferi sul proprio stato mentale. Lei parla, in sostanza, di una specie di distacco: come se a un certo punto Diana fosse uscita dalla sua mente, come se si fosse dissociata, come se la coscienza della figlia si fosse spenta.
È un’affermazione forte. Ma clinicamente non basta dirla perché diventi un fatto.
La seconda perizia affronta questo aspetto in modo molto rigoroso. Prende in considerazione le ipotesi che potrebbero giustificare una dissociazione reale, una amnesia patologica, un distacco dalla realtà di tipo clinico, e conclude che non ci sono elementi sufficienti a sostenerlo. Non emergono segni di una condizione psicotica, non emergono evidenze compatibili con una dissociazione tale da giustificare l’evento, non c’è un quadro organico o psichiatrico che spieghi davvero quel “mi si è staccata la mente”.
Anzi, i comportamenti concreti vanno nella direzione opposta. In quei giorni Alessia Pifferi parla con altre persone, mente sul luogo in cui si trova Diana, torna a Milano senza andare a casa, continua a prendere decisioni. Tutto questo è incompatibile con una vera cancellazione mentale del problema.
Non siamo allora davanti a una dissociazione clinicamente documentata. Siamo davanti a un racconto soggettivo che non trova riscontri diagnostici adeguati.
Il nesso di causalità: il cuore della questione
È qui che secondo me si capisce davvero il senso della perizia.
I periti non dicono che Alessia Pifferi non abbia problemi. Dicono che quei problemi non hanno prodotto il reato. Non c’è un nesso di causalità tra le sue difficoltà e la condotta che ha portato alla morte di Diana.
Questo significa che, pur dentro una personalità immatura, dipendente, affettivamente deficitaria e cognitivamente modesta, la decisione di lasciare la figlia sola non è stata l’effetto diretto di una infermità mentale. È stata una scelta. Distorta, gravissima, spaventosa, ma una scelta.
E questa distinzione è fondamentale. Perché altrimenti finiamo per confondere ogni fragilità con l’incapacità, ogni deficit con la deresponsabilizzazione, ogni immaturità con l’assenza di colpa.
Il problema vero non è l’imputabilità, ma la genitorialità
Su un punto, invece, credo che quasi tutti si trovino d’accordo: Alessia Pifferi non aveva adeguate competenze genitoriali.
Questo sì. Questo è evidente. Ed è un punto diverso dalla capacità di intendere e di volere, ma altrettanto importante.
Una cosa è dire che una persona comprende che lasciare una bambina sola per giorni può ucciderla. Un’altra è dire che quella stessa persona sia in grado di esercitare una funzione materna adeguata, fatta di cura stabile, capacità organizzativa, contenimento emotivo, protezione, continuità.
Io credo che qui il problema emerga in modo drammatico. Perché Alessia Pifferi non appare come una madre capace di mettere il bisogno del figlio al centro. Appare, piuttosto, come una donna che ha costantemente anteposto a quel ruolo i propri bisogni affettivi, la ricerca dell’altro, l’approvazione, il desiderio di vivere una vita diversa da quella che la maternità le imponeva.
Questo però, ancora una volta, non è infermità. È un’altra cosa. È fallimento della funzione genitoriale. È immaturità strutturale. È incapacità di stare davvero nel ruolo di madre. Ma non basta, da sola, a cancellare la responsabilità penale.
La difesa fa il suo mestiere
In questo caso, come in altri, ho visto attacchi molto duri nei confronti della difesa e in particolare dell’avvocata Alessia Pontenani. Su questo io sono molto netta: un avvocato difensore fa il suo mestiere.
Abbiamo tutti diritto alla difesa. Anche chi ha commesso un fatto atroce. Anche chi ci suscita rabbia, disgusto, rifiuto. E il diritto di difesa esiste proprio per questo: non per i casi simpatici, ma per quelli più difficili da sostenere.
Quindi io non trovo scandaloso che un difensore tenti fino in fondo la strada che ritiene più utile per il proprio assistito. Posso non condividere la tesi. Posso ritenere, come in questo caso ritengo, che la piena capacità di intendere e di volere sia stata correttamente riconosciuta. Ma questo non mi porta a confondere il piano della difesa tecnica con una complicità morale nel fatto.
Alessia Pifferi è recuperabile?
Questa è una domanda difficile, ma importante.
Io non credo nei casi completamente persi in partenza, altrimenti non farei questo mestiere. Però credo anche che esistano funzionamenti più rigidi, più lenti, più difficili da modificare. E nel caso di Alessia Pifferi il problema principale, secondo me, è l’immaturità psicologica profonda e la mancanza di consapevolezza.
Per cambiare davvero, una persona deve poter riconoscere ciò che ha fatto, assumerselo, tollerarlo psichicamente e iniziare a lavorarci. Alessia Pifferi, almeno oggi, non mi sembra lì. Mi sembra ancora lontana da quel punto. Non perché sia impossibile raggiungerlo, ma perché il suo funzionamento è fermo a un livello molto regressivo, molto centrato su di sé, molto poco capace di mentalizzare fino in fondo l’impatto delle proprie azioni.
Questo non vuol dire che non possa mai maturare. Vuol dire che sarebbe stato necessario un lavoro enorme molto prima. Prima del carcere. Prima della tragedia. Prima che diventasse madre da sola e senza strumenti.
Ed è forse questo l’aspetto più amaro del caso: la sensazione che una persona del genere avrebbe avuto bisogno di essere aiutata, contenuta, fermata e letta molto prima, quando ancora il danno non era irreparabile.
Perché è importante capire tutto questo
Ho voluto dedicare una puntata a questo caso perché intorno alle perizie si dicono spesso moltissime sciocchezze. Si parla di scappatoie, di furbizie, di strategie per evitare la pena. Ma la realtà è che, nella maggior parte dei casi, le perizie non aprono scorciatoie. Al contrario, cristallizzano ancora di più la responsabilità.
Capire che cosa valuta davvero una perizia, capire che cosa significa nesso di causalità tra malattia e reato, capire perché una persona può avere seri problemi senza essere penalmente incapace, secondo me è fondamentale. Perché ci consente di smettere di ragionare per slogan e iniziare a distinguere.
E distinguere, in questi casi, è tutto.
Sospendere il giudizio non significa ammorbidire la gravità del fatto. Significa provare a capirlo meglio. Significa usare parole precise. Significa non confondere la fragilità con l’infermità, la cattiva genitorialità con l’incapacità penale, l’immaturità con la perdita del contatto con la realtà.
Ed è proprio in questa precisione, secondo me, che passa una forma più seria di rispetto per le vittime, per il diritto e anche per la verità.
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