Nel terzo episodio di Giudizio Sospeso (format che conduco su Youtube) ho voluto affrontare il caso di Asia Vitale perché, più ancora dei fatti in sé, quello che mi ha colpita è stato tutto ciò che si è mosso intorno a quei fatti.
Non soltanto il processo.
Non soltanto la sentenza di condanna di primo grado.
Ma il modo in cui, ancora una volta, il discorso pubblico si è spostato dalla violenza subita alla vittima che quella violenza l’ha raccontata.
È un passaggio che ormai riconosco subito. Succede spesso. Succede quasi sempre quando la vittima non corrisponde all’idea rassicurante che la società ha della vittima “giusta”. Quella che appare fragile nel modo corretto, composta nel modo corretto, innocente nel modo corretto. Quella che, in altre parole, assomiglia a quello che ci aspettiamo di vedere.
Quando invece la vittima è più scomoda, più irregolare, più difficile da collocare dentro quell’immagine, allora il giudizio cambia. Diventa più duro. Più sospettoso. Più aggressivo. Come se, a quel punto, la violenza dovesse quasi essere spiegata, ridimensionata o addirittura attribuita anche a lei.
Ed è proprio questo che, nel caso di Asia, ho trovato insopportabile.
Il punto da cui bisogna partire
Sul caso di Asia Vitale oggi esiste una sentenza di condanna di primo grado. Questo è il primo punto da cui partire, perché troppe volte il dibattito pubblico si costruisce come se ci si muovesse nel vuoto, come se non esistessero atti, prove, riscontri, ragionamenti giudiziari.
Qui non siamo davanti a una condanna pronunciata soltanto sulla base del racconto di Asia. Il suo racconto è stato il punto di partenza, certo, ma non il solo elemento. È stato verificato attraverso i video presenti nei telefoni dei ragazzi coinvolti, attraverso le telecamere della zona, attraverso le loro dichiarazioni, attraverso il modo in cui si sono mossi subito dopo i fatti, attraverso una serie di elementi che, letti insieme, hanno portato a una decisione precisa.
Questo per me è fondamentale.
Perché nel momento in cui, a seguito di una telefonata o di dichiarazioni rese successivamente, si insinua il dubbio che allora “forse non era andata così”, si rischia di dimenticare che il processo non si regge su impressioni, ma su elementi raccolti e incrociati. E in quel processo, almeno fino a oggi, il quadro è stato ritenuto sufficientemente forte da fondare una condanna.
Il problema non è solo ciò che Asia ha detto, ma come è stata letta
Quello che mi interessa davvero di questa vicenda non è tanto stabilire se Asia, in un secondo momento, abbia usato parole diverse, contraddittorie o difficili da comprendere. La vera questione, per me, è un’altra: perché quelle parole sono sembrate a così tante persone sufficienti a rimettere in discussione tutto?
La risposta che mi sono data è molto netta: perché Asia non incarna il modello di vittima che molti si aspettano.
Asia non appare come la vittima perfetta. Non ha la postura della vittima ideale. Non ha la biografia ordinata che rende facile l’identificazione. Non ha neppure quel modo di stare nel dolore che il pubblico spesso pretende per potersi sentire autorizzato a credere.
Ed è lì che accade il cortocircuito.
Perché quando la vittima non assomiglia a Biancaneve, allora improvvisamente tutti si sentono autorizzati a fare una domanda che in realtà è già una condanna: ma siamo sicuri che sia davvero una vittima?
Le vittime di serie A e le vittime di serie B
Io credo che uno dei problemi più gravi, quando parliamo di violenza sessuale e di violenza di genere, sia proprio questo: continuiamo a dividere le vittime in categorie.
Ci sono quelle che suscitano empatia immediata.
Ci sono quelle che invece vengono guardate con sospetto.
Ci sono quelle che “poverina”.
E ci sono quelle che “eh però”.
Ed è esattamente in quel “eh però” che si nasconde tutta la nostra distorsione culturale.
Perché il punto non dovrebbe mai essere com’era fatta la vittima, che vita aveva, con chi usciva, quanto fosse spregiudicata, se aveva bevuto, se si era allontanata volontariamente con qualcuno, se aveva già fatto altre scelte discutibili o se oggi apre un profilo OnlyFans. Tutto questo può dirci qualcosa della sua storia, del suo funzionamento, del suo dolore, del suo modo di stare al mondo. Ma non può spostare di un millimetro il fatto che una violenza resta una violenza.
E invece troppo spesso accade il contrario. Più la vittima è difficile da amare socialmente, più diventa difficile riconoscerle il diritto a essere creduta.
Il consenso non è dato una volta per tutte
In questa vicenda, come in tante altre, torna sempre lo stesso nodo: il consenso.
Lo ripeto perché secondo me va detto in modo chiarissimo, ancora e ancora. Il consenso non è una firma in calce. Non è una formula che si pronuncia una volta e poi vale per sempre. Non è irrevocabile. Non è totale. Non è automatico.
Il consenso può essere dato e ritirato.
Può esserci all’inizio e mancare dopo.
Può interrompersi in qualunque momento.
Questo significa che anche se una persona ha accettato di appartarsi con qualcuno, anche se ha desiderato inizialmente un contatto, anche se si è mossa volontariamente verso una situazione, questo non autorizza nessuno a oltrepassare il limite successivo. La violenza comincia nel momento in cui dall’altra parte compare il no, compare il basta, compare il rifiuto, e quel rifiuto non viene rispettato.
Questo punto, che dovrebbe essere elementare, continua invece a sfuggire. Ed è proprio lì che si annida una delle forme più pervasive della vittimizzazione secondaria.
La vittimizzazione secondaria è anche questo
Quando parliamo di vittimizzazione secondaria spesso pensiamo solo all’atteggiamento delle istituzioni, ai processi, agli interrogatori, alle difficoltà della macchina giudiziaria. Tutto vero. Ma c’è anche altro. C’è il commento pubblico. C’è il dubbio automatico. C’è il sottotesto culturale. C’è l’idea che una vittima debba meritarsi la credibilità.
Se non piange nel modo giusto, c’è qualcosa che non torna.
Se parla in modo contraddittorio, allora non è credibile.
Se ha una storia difficile, allora forse “certe cose” le cerca.
Se ha una sessualità libera, allora il confine diventa improvvisamente più sfumato.
E invece no.
Una persona può essere fragile, contraddittoria, disordinata, traumatizzata, spregiudicata, arrabbiata, discontinua, perfino antipatica. Può anche raccontarsi male. Può perfino cambiare versione su alcuni aspetti. Nulla di tutto questo, da solo, cancella la possibilità che abbia subito una violenza. Anzi, in molti casi è proprio il trauma a rendere frammentario, contraddittorio e disturbato il modo in cui una persona prova a stare dentro quello che è accaduto.
Quello che Asia racconta di sé non cancella quello che le è stato fatto
Questo per me è il passaggio più importante.
Anche ammesso che Asia, a un certo punto, provi a minimizzare, a confondere, a ritirarsi, a dire qualcosa che sembra andare nella direzione opposta al suo primo racconto, questo non cambia automaticamente la realtà dei fatti accertati. E non cambia neppure il fatto che molte vittime fanno esattamente questo: minimizzano, proteggono gli autori, si colpevolizzano, provano a tornare indietro, si dissociano, si spostano di lato, cercano di evitare che la propria storia diventi pubblica.
Perché il trauma non rende sempre lineari. Non rende sempre limpidi. Non rende sempre coerenti.
A volte fa l’esatto contrario.
A volte porta a dire: lasciamo perdere.
A volte porta a pensare: forse è colpa mia.
A volte porta a voler azzerare tutto pur di non continuare a stare dentro l’esposizione, il processo, il giudizio, l’umiliazione pubblica.
Ed è per questo che, secondo me, chi si occupa di questi temi dovrebbe avere molto più rigore e molta più cautela nel mettere una vittima davanti a una telecamera e chiederle conto dei propri meccanismi difensivi come se fossero già, da soli, la prova di una menzogna.
Il trauma non è uguale per tutti
Un altro equivoco enorme riguarda il modo in cui ci aspettiamo che si comporti una persona traumatizzata.
Siamo ancora troppo legati all’idea che la vera vittima debba essere riconoscibile immediatamente: distrutta, disperata, sempre coerente, sempre dolorante nello stesso modo, sempre uguale a se stessa nel racconto della sofferenza. Ma il trauma non funziona così.
C’è chi crolla.
C’è chi rimuove.
C’è chi si dissocia.
C’è chi continua a vivere come se niente fosse.
C’è chi si espone in modo ancora più disordinato.
C’è chi si avvicina a situazioni ancora più rischiose.
C’è chi sembra addirittura provocatorio.
Questo non significa che non stia male. Significa che la mente umana ha molti modi per sopravvivere.
E quando una persona arriva da una storia già profondamente traumatica, tutto questo diventa ancora più complesso. Perché il trauma nuovo non si innesta su un terreno neutro. Si innesta su una struttura già ferita, già costretta a cavarsela da sola, già abituata a dover trasformare la vulnerabilità in qualcos’altro.
Non è solo il caso di Asia
Il motivo per cui ho voluto parlare di Asia Vitale non riguarda solo Asia.
Riguarda Pamela Gienini.
Riguarda Alice Neri.
Riguarda tutte quelle donne che, una volta diventate vittime, non vengono guardate solo per ciò che hanno subito, ma anche per ciò che erano, per ciò che facevano, per ciò che rappresentavano agli occhi degli altri.
Pamela è stata giudicata persino da morta.
Alice è stata criticata anche nella sua identità di madre.
Asia viene passata al setaccio come se la sua vita privata potesse costituire un’attenuante morale di quello che ha subito.
Ed è qui che il problema smette di essere il singolo caso e diventa un problema culturale molto più grande. Perché significa che continuiamo a pensare che alcune persone meritino protezione più di altre. Continuiamo a credere che alcune vite siano più degne di compassione, più presentabili, più adatte a essere difese.
È una logica violenta. E pericolosa.
La paura che si nasconde dietro certi commenti
Più leggo certi commenti, più penso che dietro ci sia spesso una grande paura.
La paura che possa capitare anche a noi.
La paura di non saperlo vedere in tempo.
La paura di non riuscire a difenderci.
La paura che il male non abbia sempre una faccia riconoscibile.
Ed è forse per questo che tanti preferiscono rifugiarsi in frasi come: se l’è cercata, doveva capirlo, si vedeva che era un balordo, una così se lo doveva aspettare.
Sono frasi che danno l’illusione del controllo. Perché se il problema è l’altro che ha sbagliato tutto, allora io posso tranquillizzarmi e dire: a me non succederà, perché io non farò quelle cose.
Ma la verità è che spesso non si sa.
Spesso non si vede.
Spesso non si capisce subito.
Spesso il pericolo non si presenta con un cartello addosso.
Ed è molto più onesto riconoscere questo, invece di trasformare il proprio bisogno di sentirsi al sicuro in una colpevolizzazione della vittima.
Il ruolo dei media
Su questa vicenda io penso anche che i media abbiano una responsabilità enorme.
Non perché non si debba parlare dei casi.
Non perché non si debba fare approfondimento.
Non perché il giornalismo debba rinunciare alle domande.
Ma perché ci sono modi molto diversi di porle, quelle domande. E nel caso di una persona traumatizzata, esposta mediaticamente, già attraversata da una storia personale fragile e complessa, il rischio di trasformare il racconto in un nuovo atto di violenza è altissimo.
Quando si mettono sotto i riflettori le contraddizioni di una vittima senza accompagnarle con una lettura competente del trauma, della dissociazione, della vergogna, del senso di colpa, della necessità di ritirarsi, si produce un effetto devastante: si suggerisce al pubblico che quelle contraddizioni siano la prova che qualcosa non torna.
E invece, molto spesso, sono esattamente il contrario.
Perché continuo a parlare di queste cose
Parlo di questi casi perché non mi interessa soltanto commentare la cronaca. Mi interessa provare a leggere quello che la cronaca ci restituisce di noi.
Mi interessa capire quanto siamo ancora intrappolati nell’idea della vittima perfetta.
Mi interessa mostrare quanto sia grave pretendere che una persona debba meritarsi il diritto di essere creduta.
Mi interessa ricordare che il consenso è sempre revocabile.
Mi interessa dire che nessuna vita diventa meno degna di tutela solo perché non ci piace come quella persona si comporta.
Sospendere il giudizio, in casi come questo, non significa diventare ingenui. Significa diventare più responsabili. Significa smettere di usare categorie pigre per leggere il dolore dell’altro. Significa restare umani anche quando la vittima non ci somiglia, anche quando ci mette a disagio, anche quando non coincide con la nostra idea di innocenza.
E forse è proprio lì che si vede davvero quanto siamo capaci di empatia.
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