Nel secondo episodio di Giudizio Sospeso (format che conduco sul mio canale Youtube) ho voluto affrontare due casi molto diversi tra loro, ma uniti da un punto centrale: il bisogno di andare oltre la reazione immediata e provare a capire che cosa stiamo davvero guardando.

Da un lato, la lettera con cui Filippo Turetta dichiara di voler rinunciare all’appello. Dall’altro, la strage nel beneventano, dove un uomo ha ucciso la moglie e il figlio, ha tentato di uccidere la figlia, e dietro questa vicenda emerge con forza il tema della malattia psichiatrica grave, della pericolosità e dell’enorme solitudine in cui spesso vengono lasciate le famiglie.

Sono due casi diversi.
Due funzionamenti diversi.
Due tipi di violenza diversi.

Però entrambi ci obbligano a fare la stessa cosa: sospendere il bisogno di semplificare.

La lettera di Turetta: pentimento o costruzione dell’immagine?

La prima domanda che mi sono posta, e che ho posto anche a chi mi segue, è stata molto semplice: questa lettera di Filippo Turetta dà davvero l’idea di un pentimento sincero?

Per rispondere, secondo me bisogna prima sgombrare il campo da un equivoco. La rinuncia all’appello, così come è stata raccontata, non comporta automaticamente alcuno sconto di pena. Questo è il primo punto da chiarire, perché ho letto moltissimi commenti costruiti sull’idea che si trattasse di una strategia per ottenere un vantaggio immediato sul piano sanzionatorio.

Non è così.

Nel nostro ordinamento, lo sconto di pena collegato alla mancata impugnazione è possibile solo quando l’appello non viene proprio proposto. Nel caso di Turetta, invece, l’atto di appello pare essere stato depositato. Quindi questa rinuncia, da sola, non aprirebbe alcuna scorciatoia automatica.

Questo significa che il punto vero non è giuridico, o almeno non solo. Il punto vero è psicologico.

E allora la domanda diventa un’altra: perché farlo? Perché esporsi con una lettera di questo tipo? Perché scegliere proprio questa forma?

Il “povero Filippo” e il bisogno di ripulire l’immagine

La sensazione che ho avuto è che questo gesto si inserisca in una linea di continuità molto precisa con il funzionamento che Filippo Turetta ha mostrato fin dall’inizio.

Io vedo, ancora una volta, il tentativo di ripulire l’immagine. Vedo il bisogno di mostrarsi in una forma più accettabile, più composta, più umana, quasi più sofferente di quanto non raccontino i fatti. Vedo quel meccanismo che prova a mettere tra sé e l’orrore una narrazione più tollerabile.

È un punto che per me conta molto.

Perché c’è un abisso tra la brutalità dell’omicidio di Giulia Cecchettin, tra la violenza relazionale che lo ha preceduto, tra i messaggi, il controllo, il possesso, e poi la costruzione di un’immagine vittimistica di sé. Quel “povero Filippo” che in qualche modo torna sempre, in forme diverse, e che appare molto più come un bisogno difensivo che come una reale assunzione di responsabilità.

Questo non significa dire con certezza che non esista nessun margine di consapevolezza. Sarebbe troppo facile e anche troppo assoluto. Però, per come si è mostrato finora, io faccio fatica a leggere questa lettera come il frutto di un’elaborazione autentica.

Mi sembra, piuttosto, l’ennesimo gesto coerente con una personalità che ha bisogno di continuare a proteggere la propria immagine, anche dopo avere distrutto quella dell’altro.

La responsabilità non è ancora davvero assunta

Uno dei punti che per me restano centrali, quando si parla di Turetta, è questo: non basta dire “voglio pagare” perché ci sia una vera presa di coscienza.

La responsabilità non è una formula. Non è una frase ben costruita. Non è nemmeno, di per sé, il ritiro di una scelta processuale.

La responsabilità è il riconoscimento profondo del proprio ruolo, del danno arrecato, della realtà dell’altro come altro da sé. E questo, almeno da tutto quello che abbiamo visto fino a oggi, io continuo a non vederlo in modo pieno.

Anche perché, se osserviamo il suo funzionamento, emerge con chiarezza un soggetto profondamente immaturo sul piano relazionale, incapace di distinguere il proprio bisogno da quello dell’altro, incapace di tollerare la separazione, incapace di concepire l’altro come autonomo.

Questo è uno dei nodi più dolorosi nei casi di femminicidio: l’altro non viene vissuto come persona separata, ma come estensione di sé. E quando questa estensione si sottrae, si differenzia, si allontana, allora viene percepita come intollerabile.

Il tema della crudeltà: non solo diritto, ma funzionamento

Nel corso della puntata mi sono soffermata anche su un altro aspetto importante: la richiesta della Procura di contestare l’aggravante della crudeltà.

Dal punto di vista strettamente giuridico, sappiamo bene che la crudeltà non coincide con il semplice numero di colpi inferti né con un giudizio morale sul fatto che un omicidio sia stato “particolarmente cattivo”. Perché quell’aggravante venga riconosciuta, bisogna dimostrare che sia stata inflitta alla vittima una sofferenza ulteriore, non necessaria all’atto omicidiario.

Ed è qui che, secondo me, il piano giuridico e quello psicologico iniziano a dialogare in modo interessante.

Perché io continuo a pensare che alcuni passaggi delle dichiarazioni di Turetta siano molto significativi. Quando lui racconta che Giulia urlava, che non smetteva, che a un certo punto lui ha iniziato a colpirla anche per farla stare zitta, lì io non sento soltanto la volontà omicidiaria. Sento anche il fastidio per il dolore dell’altro. Sento il bisogno di spegnere una sofferenza che, in quel momento, non veniva vissuta come il segno della devastazione che lui stava producendo, ma come qualcosa che disturbava lui.

È un passaggio centrale, perché racconta molto del funzionamento interno. Racconta di un soggetto che, anche nel momento estremo, resta ripiegato su di sé. E in questa chiave, il tema della crudeltà smette di essere solo un tecnicismo processuale e diventa anche una questione di lettura della dinamica psicologica.

Non è serialità, ma è uno schema che si ripete

Durante la diretta mi è stata fatta una domanda interessante: un profilo come quello di Turetta, in altre condizioni, avrebbe potuto diventare seriale?

Io su questo andrei cauta.

Non credo che nel suo caso si possa parlare di serialità in senso tecnico. La serialità richiede una struttura diversa: più organizzazione, più controllo, più capacità di reiterare il comportamento restando coperti, restando lucidi, restando funzionali. In Turetta io vedo altro. Vedo una personalità disfunzionale, profondamente centrata sul controllo dell’altro nella relazione, ma non vedo quel tipo di organizzazione ipercontrollata che caratterizza altri funzionamenti.

Questo però non significa che non ci fosse uno schema.

Lo schema c’era, eccome. Ed è quello che vediamo in molti casi di violenza nelle relazioni: possesso, dipendenza, fusionalità, incapacità di tollerare l’autonomia dell’altro, rabbia per il rifiuto, tendenza a trasformare la sofferenza personale in accusa verso chi si allontana.

Quindi non serialità, ma ripetizione di una stessa modalità relazionale, sì.

Dietro il figlio modello, spesso, c’è l’incapacità di vedere davvero

Un altro aspetto che continuo a ritenere importante è il rapporto con il contesto familiare.

Anche qui va fatta una premessa chiara: i genitori non sono i responsabili del delitto commesso dal figlio. Le responsabilità restano personali. Sempre.

Ma questo non significa che il contesto non conti.

Quando ascoltiamo certe narrazioni familiari, quando sentiamo descrivere Filippo come il figlio modello, come il ragazzo a cui “si deve essere rotta una valvola nel cervello”, quando vediamo che alcuni segnali vengono letti come fragilità adolescenziali anche quando adolescenziali non sono più, allora inevitabilmente ci interroghiamo sul tipo di sguardo che è stato possibile posare su quel ragazzo.

Perché se tuo figlio a più di vent’anni dice che senza una ragazza si ammazza, se si ritira dal mondo, se smette di investire altrove, se concentra tutto su una sola persona, non siamo più nel campo del “soffre per amore” come fosse un passaggio fisiologico. Siamo già dentro qualcosa che merita attenzione.

E se questo non viene visto, o viene ripulito, o viene trattato come qualcosa che passerà da solo, allora quello schema di minimizzazione rischia di diventare un pezzo del problema.

La strage nel beneventano e il tema che spaventa di più: la psicosi

La seconda parte della puntata, per me, era forse ancora più delicata. Perché quando entriamo nei casi in cui c’è una malattia psichiatrica grave, il rischio di semplificare è ancora più alto.

Nel caso della strage nel beneventano, abbiamo un uomo che uccide la moglie e il figlio, tenta di uccidere la figlia, la trascina in auto, vaga per ore. E dalle notizie emerge un passato segnato da una diagnosi psichiatrica importante, da un TSO, da indicazioni terapeutiche precise, da difficoltà nella gestione della farmacologia, da una storia di sofferenza che evidentemente non è stata contenuta.

Qui il primo errore da evitare è uno: pensare che “depressione” significhi semplicemente tristezza.

Non è così.

La depressione può coinvolgere il corpo, gli affetti e il pensiero. Può presentarsi con rallentamento psicomotorio, disperazione, chiusura, ma anche con aspetti aggressivi. E soprattutto può associarsi a manifestazioni psicotiche. Quindi quando leggiamo che una persona aveva una depressione, non possiamo fermarci alla rappresentazione più comune e rassicurante della parola.

Che cos’è davvero una psicosi

Ho sentito il bisogno di spiegare in diretta, e lo ribadisco qui, che cosa intendiamo quando parliamo di psicosi.

La psicosi è una condizione in cui il contatto con la realtà si altera in modo profondo. È come se il soggetto smettesse di essere connesso con il mondo esterno e iniziasse a vivere dentro un sistema interno autosufficiente, che si alimenta da solo. Le percezioni, i pensieri, le convinzioni non vengono più corretti dall’esperienza reale. Anzi, chi prova a contrastarli può essere vissuto come un nemico.

Questo è un punto decisivo.

Perché se una moglie insiste affinché il marito si curi, affinché prenda i farmaci, affinché riconosca il problema, quel gesto, dentro un funzionamento psicotico, può non essere percepito come cura. Può essere percepito come minaccia, controllo, persecuzione.

Capire questo non significa giustificare il delitto. Significa provare a leggere il senso distorto che quell’uomo attribuiva alla realtà.

Il dramma delle famiglie lasciate sole

La parte che più mi colpisce, in casi come questo, è la solitudine delle famiglie.

Perché troppo spesso, quando accade una tragedia, il discorso pubblico si divide in due estremi. Da una parte chi dice: era un mostro. Dall’altra chi si chiede: ma i familiari dov’erano?

E invece la verità è che spesso i familiari erano esattamente lì: a tentare di curare, di contenere, di convincere, di sopravvivere. A volte per anni.

Chi vive accanto a una persona gravemente psicotica sa quanto sia difficile. Perché il soggetto spesso non riconosce di stare male. Non pensa di avere bisogno di cure. Rifiuta la terapia. Interrompe i farmaci. Si oppone. Diffida. Accusa. E chi gli sta accanto si trova a portare un peso enorme con pochissimi strumenti reali.

Per questo io faccio fatica ad accettare letture sbrigative. Perché dietro ci sono famiglie che lottano, che si consumano, che a volte muoiono proprio mentre tentano di aiutare.

Il TSO non è una formula magica

Anche sul TSO si fa spesso molta confusione.

Il trattamento sanitario obbligatorio non è una soluzione definitiva. È una misura temporanea, limitata, pensata per le fasi acute. Non significa che da lì in poi il problema sia risolto. Non significa che il rischio sparisca. Non significa che la famiglia venga davvero sollevata.

Anzi, spesso dopo il TSO il paziente rientra a casa con una terapia da seguire, con indicazioni precise, con la necessità di mantenere una continuità di cura che però, nella realtà, è difficilissima da garantire se la persona non collabora.

Ed è qui che emerge tutta la fragilità del sistema.

La REMS non è “tana libera tutti”

Un altro equivoco che secondo me va corretto con forza riguarda le REMS.

Quando una persona viene dichiarata incapace di intendere e di volere e socialmente pericolosa, non viene “rimessa in libertà”. Non c’è nessun tana libera tutti. Le REMS sono strutture di massima sicurezza, pensate per contenere e curare soggetti che hanno commesso reati in presenza di un’infermità mentale rilevante.

Non sono hotel. Non sono scorciatoie. Non sono spazi morbidi in cui si entra e si esce a piacimento.

Sono luoghi di contenimento e di cura, in cui tutto è progettato per ridurre il rischio per sé e per gli altri. La permanenza non dipende da un automatismo, ma dalla valutazione continua della pericolosità sociale.

Questo è importante dirlo, perché troppo spesso l’incapacità di intendere e di volere viene raccontata come una via di fuga. Non lo è.

Perché parlare di questi casi in questo modo

Il motivo per cui continuo a volere uno spazio come Giudizio Sospeso è esattamente questo.

Perché davanti ai casi di cronaca abbiamo tutti una reazione di pancia. Ed è normale. Ma se ci fermiamo lì, non capiamo nulla. Non capiamo Turetta e il bisogno di costruirsi ancora come vittima. Non capiamo l’enormità del danno prodotto da personalità incapaci di stare nella separazione. Non capiamo il dramma delle famiglie che vivono accanto a una psicosi grave. Non capiamo il peso della solitudine, della vergogna, della minimizzazione, dell’assenza di strumenti.

Sospendere il giudizio non significa togliere responsabilità. Significa fare spazio al pensiero.

Perché alcuni casi non chiedono solo indignazione. Chiedono anche competenza, profondità e il coraggio di restare dentro la complessità.

Guarda la puntata: LINK