Nel primo episodio di Giudizio Sospeso (format che conduco sul mio canale YouTube) ho voluto affrontare il caso di Chiara Petrolini provando a fare una cosa che oggi, nel racconto della cronaca, manca sempre più spesso: fermarmi, togliere la morbosità e ragionare. Non per attenuare la gravità dei fatti, ma per provare a capire quale funzionamento psichico possa stare dietro a una condotta che, per molti, appare semplicemente impensabile.

Un’ora senza morbosità

Quando ho pensato a Giudizio Sospeso, l’idea era chiara: creare uno spazio in cui parlare di cronaca senza trasformare il dolore in spettacolo. Oggi tutto corre velocissimo. I casi esplodono, vengono commentati ovunque, vengono divorati dal pubblico in poche ore. In mezzo a questo rumore, però, si perde spesso la parte più importante: il pensiero.

Il caso di Chiara Petrolini è uno di quelli che colpiscono in modo immediato e violento. Due gravidanze nascoste. Due parti in solitudine. Due neonati sepolti nel giardino di casa. È uno di quei casi davanti ai quali la reazione emotiva è così forte da rischiare di chiudere ogni spazio di comprensione. Ed è proprio lì che, secondo me, bisogna fare uno sforzo in più. Non per assolvere, non per giustificare, ma per capire.

Da dove sono partita

Nel corso della puntata sono partita da ciò che è emerso pubblicamente dalle analisi psicologiche e criminologiche sul caso, in particolare da quanto riferito sulla consulenza della dottoressa Bonifazzi del RACIS. Il punto che mi ha colpita di più è stato questo: non ci troviamo davanti, almeno per come oggi il caso viene descritto, a un agito bizzarro, caotico, delirante, a un gesto improvviso dentro una frattura evidente con la realtà.

Il quadro che emerge è molto più disturbante proprio perché è molto più lucido.

Parliamo di una ragazza che immagina, organizza, porta a termine e poi nasconde. Parliamo di un passaggio all’atto che non sembra attraversato da disorganizzazione, da crolli visibili, da perdita di contatto con la realtà. Questo è il punto che mette più a disagio: l’idea che una condotta così atroce possa stare dentro un funzionamento apparentemente freddo, coerente, perfino controllato.

Il nodo centrale: non l’impulsività, ma la serialità

Uno degli aspetti più importanti, secondo me, è proprio la ripetizione. Qui non abbiamo un singolo episodio isolato. Abbiamo due gravidanze, due parti, due occultamenti. Abbiamo una condotta che si ripete in un arco temporale molto breve.

Questo cambia completamente la prospettiva.

Quando un comportamento si ripresenta con modalità simili, non possiamo più leggerlo come un gesto impulsivo esploso una sola volta. Dobbiamo iniziare a pensarlo come uno schema. Ed è proprio questo che rende il caso ancora più inquietante: l’idea che ciò che è accaduto la prima volta non abbia prodotto un arresto, una crisi, una rottura, ma abbia invece consolidato un funzionamento.

In altre parole, quello che emerge non è il caos. È una logica interna. Distorta, terribile, incomprensibile per noi, ma interna.

La gravidanza cercata, ma non la maternità

Uno dei passaggi su cui mi sono soffermata di più riguarda la contraddizione tra due elementi: da un lato l’idea di gravidanze non attese, dall’altro l’ammissione che la seconda sarebbe stata in qualche modo cercata.

Secondo me qui c’è un nodo decisivo. Perché una cosa è cercare un figlio. Un’altra cosa è cercare la gravidanza.

Sono due piani diversi.

L’impressione che ho avuto è che il centro del comportamento non fosse il desiderio autentico di maternità, ma l’esperienza della gravidanza in sé. Come se il punto non fosse accogliere un bambino come altro da sé, ma vivere quello stato come spazio privato, segreto, totalmente controllabile. Portare avanti una gravidanza senza che nessuno se ne accorga. Gestire il corpo, l’immagine, il segreto. Sentire di avere il dominio assoluto su qualcosa di enorme senza condividerlo con nessuno.

È un’ipotesi difficile da digerire, lo so. Però è una delle poche che, sul piano del funzionamento, può aiutarci a leggere la ripetizione.

Il controllo come chiave di lettura

Se dovessi scegliere una parola per questo caso, sceglierei controllo.

Controllo sul corpo. Controllo sull’immagine. Controllo sulle informazioni. Controllo sul rapporto con gli altri. Controllo persino sull’occultamento.

Anche la scelta di seppellire i neonati nel giardino di casa, da questo punto di vista, mi sembra molto significativa. Se il solo obiettivo fosse stato cancellare una prova o liberarsi di qualcosa di intollerabile, il giardino di casa sarebbe una scelta quasi illogica. Non è il luogo dell’allontanamento definitivo. È il luogo della vicinanza controllata.

Ed è proprio questo che, a mio avviso, ci dice qualcosa. Tenerli lì non significa soltanto nascondere. Significa anche mantenere sotto il proprio dominio ciò che è accaduto. È come se quel luogo garantisse ancora una volta il controllo assoluto: so dove sono, li tengo vicino, nessuno sa, nessuno vede, decido io.

La freddezza emotiva che spaventa

Quello che spaventa davvero, in casi del genere, non è solo il fatto in sé. È la possibilità che chi lo compie continui ad apparire, all’esterno, perfettamente inserito. Una ragazza descritta come normale, educata, capace, perfino brava con i bambini. È qui che torna sempre quella frase che ormai conosciamo bene: “salutava sempre”.

Ma salutare sempre non dice nulla del mondo interno di una persona.

Una personalità gravemente disturbata può anche funzionare bene all’esterno. Può essere adeguata, composta, rassicurante. Questo non esclude affatto una profondissima sterilità emotiva o una disconnessione dal proprio bisogno e da quello dell’altro.

Ed è proprio questo, secondo me, uno dei punti più dolorosi: non soltanto la mancanza di connessione con quei bambini, ma anche la mancanza di connessione con se stessa. Perché una persona che arriva a manifestare il proprio bisogno attraverso una condotta così atroce, molto probabilmente, non è neppure in grado di rappresentarselo davvero quel bisogno.

Il problema dell’autoassoluzione

C’è poi un altro elemento che trovo molto importante: il modo in cui viene narrato il proprio ruolo.

Quando una persona dice “non sono una killer”, non sta necessariamente mostrando consapevolezza o dolore. A volte sta facendo esattamente il contrario: sta prendendo le distanze dalla responsabilità, sta rifiutando di riconoscersi nell’atto, sta difendendo l’immagine di sé.

Lo stesso discorso, secondo me, vale anche per l’uscita dall’aula durante la visione delle immagini dei neonati. Io non la leggo come il segno di un vero contatto empatico. La leggo più come il rifiuto di confrontarsi con ciò che quelle immagini le restituiscono di sé. Non il dolore per l’altro, ma il crollo della maschera.

È una differenza enorme.

La famiglia non spiega tutto, ma il contesto conta

Su questo punto ci tengo sempre a essere molto chiara. Dire che il contesto familiare conta non significa dire che la colpa sia dei genitori. La responsabilità di quello che è accaduto resta di Chiara Petrolini.

Però il funzionamento di una persona si costruisce dentro relazioni, modelli, stili educativi, modalità di gestione dei bisogni e dell’immagine. Alcune reazioni riferite nel contesto familiare mi hanno fatto pensare a una modalità molto centrata sul controllo dell’esterno, sull’evitamento, sulla distanza dalle cose emotivamente più profonde.

Questo non basta a spiegare un reato del genere. Sarebbe ridicolo sostenerlo. Però può aiutarci a capire come certi schemi si strutturino. Perché se in un sistema familiare il problema diventa soprattutto “cosa penseranno gli altri”, oppure “non roviniamoci il viaggio”, oppure ancora “adesso dobbiamo andar via”, è evidente che c’è una difficoltà a stare davvero dentro l’evento, a guardarlo, a nominarlo, a tollerarlo.

E questo, in alcuni soggetti, può diventare un terreno fertile per lo sviluppo di modalità profondamente controllanti.

Disturbo non significa incapacità

Un altro punto che per me era importante chiarire nella puntata riguarda il rapporto tra patologia e responsabilità.

Nel discorso pubblico si fa spesso molta confusione. Si pensa che, se una persona ha un disturbo importante, allora automaticamente non sia responsabile. Non funziona così. Un funzionamento patologico, anche grave, non equivale di per sé a incapacità di intendere e di volere.

Perché ci sia una rilevanza giuridica vera, quel disturbo deve compromettere in modo sostanziale la capacità della persona di capire ciò che sta facendo o di autodeterminarsi rispetto a quell’azione.

Qui, almeno per ciò che emerge finora, io vedo l’opposto: vedo pianificazione, occultamento, coerenza interna, ripetizione, gestione dell’immagine. Tutti elementi che fanno pensare a una presenza della capacità, non alla sua assenza.

Capire il funzionamento psicologico, quindi, non significa alleggerire la responsabilità. Significa spiegarci come si arriva lì.

La domanda che questo caso lascia a tutti noi

Credo che il punto più importante, alla fine, sia questo: casi come questo spaventano perché ci costringono a confrontarci con una forma di disagio che non urla, non esplode, non si mostra in modo evidente.

Spaventano perché ci fanno pensare che il dolore psichico, quando è rigidissimo e profondamente controllato, possa restare invisibile anche a chi sta molto vicino.

Allora la domanda vera non è solo “come ha potuto farlo?”. La domanda vera è anche: “come si intercetta un funzionamento così grave quando si presenta in una forma apparentemente normale?”.

È qui che, secondo me, il lavoro di lettura psicologica e criminologica diventa utile non soltanto per il processo, ma per la società. Perché ci aiuta a capire che il disagio non ha sempre il volto della confusione, del disordine, dell’evidenza. A volte ha il volto della compostezza, del controllo, della perfezione esterna.

Perché ho chiamato questo spazio Giudizio Sospeso

Ho scelto questo titolo perché credo che sospendere il giudizio non significhi sospendere la responsabilità. Significa, piuttosto, fare spazio al pensiero prima della reazione automatica.

Nei casi di cronaca più disturbanti abbiamo tutti una reazione di pancia. È inevitabile. Però, se ci fermiamo solo lì, non capiamo nulla. E non capire significa anche non imparare niente.

Questo spazio nasce per questo. Per provare a stare dentro la complessità senza cedere alla morbosità. Per ragionare insieme sui casi che ci colpiscono, ci spaventano, ci interrogano. Perché l’orrore esiste, ma non basta nominarlo. Bisogna anche tentare di comprenderne il funzionamento.


Guarda la puntata completa di Giudizio Sospeso – Episodio 1:
https://www.youtube.com/watch?v=XgmL8koZH04