Internet non è il nemico. Il problema non è il digitale in sé. Il problema nasce quando diventa l’unico rifugio, l’unica strada per sentirsi visti, l’unico spazio in cui trovare sollievo.

Durante una recente puntata di Psiche Criminale sul canale 122, ho affrontato il tema della dipendenza da Internet, soffermandomi soprattutto sulle dinamiche adolescenziali. È un argomento che spesso viene sottovalutato, proprio perché mascherato da normalità. Oggi tutto passa attraverso uno schermo, quindi ci si abitua a pensare che sia sempre tutto sotto controllo. Ma non è così.

L’identità in costruzione

L’adolescenza è il periodo in cui si costruisce il sé. In quella fase si pongono le basi dell’identità, dei valori, delle relazioni. È il momento in cui un ragazzo si confronta con il mondo e cerca di capire chi è. Se però ciò che emerge non piace, se non si sente accettato, o se ciò che è viene continuamente messo in discussione dagli altri, la tentazione di rifugiarsi in un’identità alternativa diventa fortissima.

I social offrono proprio questo: un’immagine modificabile, filtrata, potenzialmente più apprezzabile. Diventa allora facile credere che valiamo solo se piacciamo, solo se siamo “adatti”. Ma questo meccanismo può portare a una profonda disconnessione da sé.

Il bombardamento continuo

Il problema si aggrava quando il ragazzo, oltre a sentirsi inadeguato, è esposto a un flusso costante di contenuti che non è in grado di filtrare. L’adolescente, infatti, non ha ancora pienamente sviluppato le capacità critiche necessarie per distinguere tra ciò che è vero, utile, fondato e ciò che invece è manipolatorio o tossico.

Gli algoritmi poi fanno la loro parte. Più tempo dedico a un certo contenuto, più quel contenuto mi verrà riproposto. Così si crea una bolla: un mondo su misura, che però non offre confronto, né alternative. Solo conferme. Una distorsione costante della realtà che diventa l’unica realtà possibile.

Il ruolo dell’adulto

L’adulto dovrebbe fungere da filtro, da guida, ma spesso non conosce nemmeno gli strumenti che i ragazzi usano. Non ha mai scaricato un’app, non sa cosa significhi un certo linguaggio, non sa dove si muovono i più giovani. Ho incontrato tantissimi genitori che ammettono candidamente di non sapere che applicazioni usano i loro figli. Per questo, nei miei seminari, ho deciso di regalare elenchi di termini giovanili, proprio per offrire un primo strumento concreto di comprensione.

Non si può proteggere ciò che non si conosce.

Quando la dipendenza è una fuga

La dipendenza, spesso, non è la causa. È la conseguenza. Il tentativo di trovare una soluzione rapida, accessibile, immediata a un malessere profondo. Magari c’è già una predisposizione all’ansia, alla fobia sociale, all’isolamento. Magari il ragazzo si sente escluso, fuori posto, a disagio nel confronto con gli altri. A quel punto il rifugio nel digitale diventa l’unica possibilità di “salvarsi”.

Non serve drammatizzare ogni comportamento ma se un ragazzo smette di fare sport, abbandona gli amici, si chiude nella sua stanza e inizia a mostrare segni di paura o rifiuto del contatto sociale, è importante fermarsi. Osservare. Domandare. Non basta pensare “è solo una fase”.

L’algoritmo non educa

Internet amplifica tutto. Porta contenuti belli e contenuti pericolosi. Restituisce ciò che conferma chi siamo. Un adolescente che si sente inadeguato riceverà contenuti che parlano di inadeguatezza. Se mancano figure adulte che sappiano leggere e mediare questi segnali, si rischia un isolamento progressivo.

L’adulto deve sapere che ciò che vede nel proprio feed non è ciò che vede suo figlio. I social non sono uguali per tutti. Sono costruiti su misura di chi li usa. Questo significa che servono strumenti nuovi per educare, vigilare, sostenere. Non si tratta solo di vietare, ma di conoscere, accompagnare, spiegare.

Conclusione

Credo che l’urgenza oggi sia colmare il vuoto educativo che separa adulti e adolescenti. Non possiamo più permetterci di ignorare questo divario. Occorre imparare a conoscere il mondo digitale, a entrare in dialogo con i giovani, a comprendere le loro parole, i loro codici, le loro paure.

Internet non va demonizzato. Va abitato insieme, con competenza, con responsabilità e soprattutto con presenza.

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di Roberta Catania – Psicologa, psicodiagnosta e criminologa