Torno a riflettere con voi su un caso che ha generato – giustamente – grande clamore e altrettanta inquietudine: quello di Chiara Petrolini, la giovane donna accusata di aver dato alla luce due bambini in due anni, e di aver tolto loro la vita subito dopo il parto, seppellendoli nel giardino di casa. Corpi trovati solo per caso, grazie al cane della famiglia.

Il più recente dei due neonati – secondo l’autopsia – è nato vivo: ha respirato. Questo dato, da solo, ci fa capire che la versione data dalla ragazza (“sono nati morti”) non può essere accettata senza riserve. Eppure, non voglio oggi soffermarmi sulla ricostruzione dei fatti, ma sulla perizia psichiatrica che è stata disposta.

Quando si chiede una perizia, scatta sempre il sospetto

Lo so. Ogni volta che viene disposta una perizia psichiatrica, si alza un coro: “Ecco, vogliono farla passare per pazza”. Succede spesso. Lo vediamo nei commenti, nelle reazioni, nel fastidio che suscita questa richiesta della difesa, come se fosse un trucco legale, un escamotage per alleggerire la pena. Ma vorrei provare, da tecnica, a spiegare perché questa lettura è limitante, e soprattutto perché in questo caso – come in tanti altri – la perizia non è garanzia di nulla, anzi.

La perizia serve a stabilire se una patologia della mente può aver inciso sull’agito

La perizia psichiatrica non stabilisce se una persona “è pazza” o meno. Stabilisce se, al momento del fatto, quella persona era in grado di intendere e volere. Cioè: sapeva che ciò che stava facendo era sbagliato? Poteva fermarsi?

Per esempio: se una persona affetta da psicosi sente voci che le ordinano di rubare mele e lo fa perché terrorizzata da quella voce, allora c’è un legame tra la patologia e il reato. Ma se la stessa persona, in un altro momento, organizza una truffa telefonica che nulla a che fare con quelle voci, il reato è scollegato dalla malattia: la psicosi c’è, ma non ha causato quel comportamento.

Ecco perché anche in casi come Impagnatiello, De Marco, Pifferi… la perizia non ha portato a una dichiarazione di totale incapacità. Perché, pur in presenza di un disturbo, non è stato dimostrato che quel disturbo abbia inciso direttamente sull’atto criminale.

Cosa penso del caso Petrolini

Nel caso di Chiara Petrolini, personalmente – senza averla valutata clinicamente – non credo si arriverà a una diagnosi di incapacità. Lei è sempre apparsa come una ragazza normale: studiava, lavorava come babysitter, era perfettamente integrata. Nessuno, tra le persone che l’hanno frequentata, ha notato segnali di un grave disagio mentale.

Perfino il pubblico ministero sembra pensarla così, tanto che prima della perizia ha chiesto di sentire i testimoni. Perché una ragazza che nasconde due gravidanze, partorisce da sola, e poi seppellisce i figli in giardino, non può essere analizzata solo in superficie. Serve andare in profondità. E la perizia, in questi casi, non è uno sconto di pena, ma un’occasione per comprendere.

Non esistono mostri. Esistono persone

E qui arriva la riflessione più importante. Quando ci troviamo davanti a questi fatti, c’è una reazione istintiva: dire “è un mostro”. Ma i mostri stanno nelle favole, non nella realtà. Nella realtà, ci sono persone. Persone che agiscono in modo crudele, sì. Persone che fanno cose inimmaginabili. Ma dietro ogni gesto estremo c’è una storia, un funzionamento, una traiettoria.

La ragazza modello, la babysitter perfetta, la studentessa gentile… può arrivare a compiere atti indicibili. Ma non perché è sempre stata “falsa”, o “malvagia”, ma perché qualcosa è andato storto lungo il percorso. E capire quel “qualcosa” è fondamentale – non per giustificare, ma per prevenire.

La perizia serve anche a noi

Vorrei che smettessimo di pensare alla perizia psichiatrica solo come uno strumento della difesa. Dovremmo cominciare a vederla come uno strumento sociale, come una lente d’ingrandimento sulla sofferenza non vista, sul disagio che si nasconde dietro volti apparentemente normali.

Se capiremo perché Chiara Petrolini ha fatto ciò che ha fatto, forse potremo evitare che accada ancora. Forse potremo insegnare ai genitori a vedere quei segnali silenziosi – isolamento, perfezionismo, chiusura emotiva – che spesso vengono ignorati. Forse smetteremo di pensare che queste tragedie non possano toccare le nostre case, i nostri figli, le nostre vite.

Non esistono i mostri. Esistono esseri umani. Fallibili, fragili, disfunzionali. Ma sempre umani. E finché non ci daremo il tempo e il coraggio di guardarli in faccia, di conoscerli davvero, continueremo a cercare conforto in spiegazioni semplici – e sbagliate.

Io, questa perizia, voglio leggerla. Non per trovare scuse. Ma per trovare risposte e, magari, strumenti in più per costruire una società più consapevole, più attenta, più preparata

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Dott.ssa Roberta Catania – Psicologa, Psicodiagnosta, Criminologa