Durante la mia partecipazione a Psiche Criminale, ho analizzato il drammatico caso di Francis Kaufmann, accusato del duplice omicidio della compagna Anastasia e della piccola Andromeda, la loro figlia di appena un anno. Il contesto è quello di Villa Pamphili, a Roma, dove le due vittime sono state ritrovate senza vita. La gravità dei fatti è tale da rendere questa vicenda uno dei casi più inquietanti degli ultimi tempi, soprattutto per la combinazione di violenza, manipolazione e isolamento relazionale che la caratterizza.

Un uomo già noto per la sua pericolosità

Ho evidenziato come Kaufmann fosse già conosciuto per la sua pericolosità. Cinque denunce per violenza domestica e una condanna per tentato omicidio con arma letale negli Stati Uniti non lasciavano spazio a dubbi. Eppure è riuscito a muoversi liberamente tra paesi europei. È l’Italia ad aver chiesto l’estradizione, mentre gli Stati Uniti sembrano essersi, per così dire, tirati fuori.

Il controllo, la manipolazione, l’isolamento

Uno degli aspetti più gravi che ho sottolineato è il controllo ossessivo esercitato da Kaufmann su Anastasia. Era lui a gestire le comunicazioni con la madre della ragazza, ed è lui ad aver costruito una narrazione apparentemente felice tramite foto e video manipolatori, mostrati per rassicurare e sviare ogni sospetto. Ma dietro quella felicità costruita si nascondeva il vuoto, la solitudine e una violenza che si è progressivamente rivelata.

I segnali c’erano: cittadini che lo avevano visto comportarsi in modo inquietante con la bambina, negozianti che raccontano movimenti anomali, una donna che lo ha seguito passo passo cercando aiuto. Eppure, quella donna è stata etichettata come stalker. Mi ha profondamente colpita, perché se una cittadina che denuncia con responsabilità viene trattata in questo modo, che messaggio mandiamo a chi assiste a situazioni di rischio?

Il grande tema della fuga e del silenzio

Kaufmann è fuggito. È stato ritrovato in Grecia, con passaporti falsi. Non ha mai fornito spiegazioni. Ed è probabile che non lo farà nemmeno adesso. Per la sua struttura di personalità, il silenzio è una strategia di difesa, un modo per non incrinarsi, per non ammettere nulla.

Anche il borsone, oggetto forse chiave dell’indagine, è scomparso. All’interno avrebbero potuto esserci prove, DNA, tracce. Il suo ritrovamento avrebbe potuto contribuire a legare direttamente i delitti alla sua responsabilità. Ma non c’è.

Anastasia: una donna sola, isolata, lontana

Mi ha colpito molto la condizione di Anastasia. Una ragazza russa, con un buon lavoro e una vita normale prima dell’incontro con Kaufmann. Poi, l’isolamento: nessuna amica, nessun contatto frequente. La madre racconta che spesso i messaggi non arrivavano, il telefono prendeva male, le comunicazioni erano intermittenti. E se anche qualcuno l’avesse cercata, era lui a filtrare tutto.

È possibile – e triste – pensare che Kaufmann l’abbia isolata sistematicamente. Non è da escludere che la gravidanza stessa sia stata uno strumento di legame forzato, un modo per tenerla con sé, per controllarla ulteriormente. Sono domande che purtroppo resteranno senza risposta, perché Anastasia non può più raccontarci la sua verità.

E ora?

Aspettiamo gli esiti istologici e gli ultimi risultati dell’autopsia per definire la causa esatta della morte. Sappiamo che Kaufmann è stato visto con la bambina dopo la morte di Anastasia, e che le sue email alla famiglia suggerivano che fosse stata la donna ad allontanarsi volontariamente. È una narrazione che non regge, ma che conferma il tentativo di spostare l’attenzione da un atto doloso a un gesto isolato.

Dal punto di vista giuridico, però, sappiamo che non basta sospettare: dobbiamo collegare ogni prova in modo diretto e oggettivo all’autore. Ecco perché sarà cruciale verificare la presenza di tracce, lesioni compatibili con soffocamento o altre azioni violente, e tutto ciò che può costruire un nesso causale.

🎥 Se vuoi vedere il mio intervento completo, lo trovi qui:
👉 Villa Pamphili – La vita inventata di Kaufmann (YouTube)