Nel mio intervento a Psiche Criminale ho commentato l’esito dell’appello nel processo a Alessandro Impagnatiello, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Tramontano. Una sentenza che, pur confermando la pena massima, lascia aperte molte domande – soprattutto sotto il profilo sociale, psicologico e umano.
Il nodo giuridico: Thiago era un soggetto di diritto?
Uno dei punti più complessi riguarda Thiago, il bambino che Giulia portava in grembo. La giustizia, secondo l’attuale normativa, riconosce che la capacità giuridica si acquisisce nel momento in cui si nasce. Questo significa che – pur riconoscendo l’interruzione non consensuale di gravidanza – non si configura tecnicamente un duplice omicidio.
Lo comprendo giuridicamente, ma allo stesso tempo sento quanto questa lettura sia distante dal sentire comune. Perché per tutti noi, Thiago esisteva già. Era una vita. E questo scarto tra diritto e percezione collettiva è uno dei punti più difficili da accettare.
Avvelenamento e omicidio: due momenti o un unico disegno?
Nel corso dell’analisi ho voluto distinguere tra l’interpretazione della difesa e quella dell’accusa. Secondo la difesa, Impagnatiello avrebbe prima cercato di eliminare Thiago – considerato un “problema” economico e relazionale – attraverso un avvelenamento prolungato. Solo quando Giulia ha scoperto tutto e ha minacciato di lasciarlo, sarebbe scattata – d’impulso – l’aggressione letale.
L’accusa, invece, sostiene che quel piano aveva in sé una doppia finalità sin dall’inizio: eliminare Thiago e, se necessario, anche Giulia, rendendo il tutto simile a un evento naturale. In questo scenario, l’omicidio non è una reazione improvvisa, ma il compimento di un progetto ben strutturato.
Personalmente, trovo difficile immaginare che una persona che avvelena la compagna incinta per sei mesi non abbia pianificato nulla. Ma, come spesso accade, ciò che sentiamo e ciò che è processualmente dimostrabile sono due piani distinti. E noi, come tecnici, abbiamo il dovere di saperli distinguere.
Quando il diritto non protegge come dovrebbe
Molti cittadini, ascoltando sentenze come questa, si sentono smarriti. È una reazione comprensibile. Ci si chiede: “Ma allora non esiste una tutela netta, uguale per tutti? Non possiamo prevedere cosa diranno i giudici?”. È proprio questo il punto: il diritto si muove con i tempi, e molte norme – come quella sulla premeditazione – lasciano un margine di interpretazione molto ampio al giudice.
Da ex giurista, so bene che questo spazio è necessario per adattare le leggi alla realtà concreta. Ma come psicologa, sento anche il disagio che genera nei cittadini. Quando una donna incinta viene uccisa, è tutta la società a essere ferita, non solo i suoi affetti più vicini. L’omicidio è un’offesa collettiva.
Serve un nuovo reato?
Dopo il caso di Giulia, si è parlato di introdurre il reato di duplice omicidio per le donne in gravidanza. Ma qui si apre un altro nodo: come conciliare questa proposta con il diritto all’aborto? Se il feto viene considerato persona, si rischia di delegittimare una libertà fondamentale conquistata con fatica. Ma allora: un bambino all’ottavo mese vale più di uno al terzo? Sono domande enormi, senza risposte semplici. E anche io, come donna e come possibile madre, fatico a trovare un equilibrio tra emozione e ragione.
Il nostro ruolo sociale
Ribadisco ciò che ho detto in chiusura della puntata: quando avviene un femminicidio, siamo tutti coinvolti. È una ferita al nostro tessuto sociale. E dobbiamo rivendicare il diritto – e il dovere – di fare domande e di chiedere giustizia.
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