Durante l’ultima puntata della mia rubrica Psiche Criminale, ho affrontato il caso di Luca Canfora, giovane costumista trovato morto nelle acque di Capri il 1° settembre 2023, durante le riprese del film Parthenope di Paolo Sorrentino. Una vicenda che, fin dall’inizio, ha sollevato dubbi importanti e che oggi è oggetto di un’indagine per omicidio.

Autopsia sul corpo, ma anche sulla sua vita

Nel mio intervento ho voluto sottolineare come, in casi come questo, sia fondamentale procedere su due livelli paralleli: da un lato l’autopsia vera e propria, dall’altro quella che viene definita autopsia psicologica. Si tratta di una ricostruzione retrospettiva della vita, delle relazioni, dello stato emotivo e psicologico della persona. Solo unendo questi due livelli è possibile provare a rispondere alla domanda che la famiglia, e tutti noi, ci poniamo: Luca si è tolto la vita, è stato ucciso, o qualcuno ha avuto un ruolo – diretto o indiretto – nella sua morte?

Il telefono scomparso e le celle “fuori zona”

Tra le informazioni emerse – e che riporto con la prudenza dovuta, perché di origine giornalistica – c’è quella secondo cui le celle telefoniche del cellulare di Luca, pur non essendo stato ritrovato il dispositivo, avrebbero agganciato aree diverse rispetto al luogo del ritrovamento del corpo. Se fosse vero, ci troveremmo davanti a un elemento molto delicato: chi aveva con sé quel telefono nelle 24 ore precedenti? Perché non era vicino al corpo? E cosa può dirci questo spostamento rispetto a una possibile presenza di terzi?

Quando le indagini partono dalla fine

Spesso, in casi come questo, ci troviamo a dover ricostruire all’indietro. La scena sembra suggerire una storia già scritta – come nel caso Canfora, un corpo ritrovato in fondo a un dirupo – e da lì si parte con un’ipotesi predefinita: suicidio. Ma se partiamo dalla fine, e da un’ipotesi precostituita, rischiamo di perdere tutto quello che potrebbe smentirla. Questo è un limite che ho visto anche in altri casi, come quelli di David Rossi, Carlasco, Bergamini. E ogni volta, è la famiglia che deve lottare per ottenere un’indagine completa e imparziale.

Una scena non trattata come scena del crimine

Un altro punto critico riguarda la gestione del luogo del ritrovamento. Le riprese del film non sono state interrotte, e la scena – all’aperto, soggetta a mare e intemperie – non è stata cristallizzata. Se non si ipotizza un reato, non c’è obbligo formale di fermare tutto. Ma la domanda resta: non sarebbe stato comunque opportuno farlo, proprio per evitare la dispersione di eventuali tracce?

Il valore simbolico del luogo

Nel corso della trasmissione ho posto anche una riflessione simbolica: e se il luogo stesso fosse stato scelto intenzionalmente per simulare un suicidio? Nella scena del film che si stava girando, uno dei personaggi si toglie la vita proprio lì. È possibile che quel punto sia stato usato per dare una direzione narrativa all’evento, magari per coprire un gesto doloso? È una domanda che dobbiamo porci prima di escludere qualsiasi ipotesi.

Le tracce non raccolte

Purtroppo, dopo due anni, molte delle tracce che andavano cercate subito sono andate perse. Il telefono, la felpa che avrebbe potuto contenere DNA o altri indizi, i luoghi frequentati da Luca nelle ore precedenti: tutto questo doveva essere analizzato nell’immediato. Oggi diventa tutto più difficile, ma non per questo dobbiamo smettere di cercare risposte.

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